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Ofelia, la protagonista, muore.
Nessuno spoiler: è così che Guillermo Del Toro apre il suo sesto lungometraggio, con la giovane protagonista sdraiata per terra che respira affannosamente mentre il sangue le bagna il viso. Poi il nastro si riavvolge per consegnarci l’inizio della storia.

Spagna, 1944. Mentre il capitano Vidal è impegnato a dare la caccia agli ultimi oppositori del regime franchista, Ofelia, la sua figliastra, scopre un labirinto pietroso nel bosco. Alla bambina si aprono allora le porte di un mondo incantato: riconosciuta dalle fate come principessa di un regno sotterraneo, potrà farvi ritorno solo superando le tre pericolose prove imposte dal fauno, enigmatico custode del labirinto.

Guillermo Del Toro, Labirinto del Fauno, cinema, recensione, analisi, Ofelia

Del Toro, che come regista e sceneggiatore (tra alti e bassi) ci sa fare, crea un gioco di infiniti rimandi: arricchisce le inquadrature di sottotesti e poi sta a vedere se riusciamo a risolvere il rebus.

Per esempio, ricordi la scena in cui Ofelia, impegnata a portare a termine le tre prove imposte dal fauno, incontra “l’uomo pallido? Ecco, la memorabile creatura divoratrice di bambini, custode di un magico tavolo imbandito, riecheggia per voracità Crono, divinità della mitologia greca che, pur di non cedere il trono dell’Olimpo, mangiò i suoi stessi figli. Caso vuole che il primo lungometraggio diretto dal regista messicano si intitoli proprio Cronos.
Continuando il gioco di associazioni, noterai come l’uomo pallido occupi lo stesso posto a capotavola in cui sedeva il capitano Vidal qualche istante prima, durante la scena del banchetto. La pila di scarpe nell’antro della creatura ricorda le tristi immagini dei mucchi di vestiti rubati alle vittime nei campi di concentramento nazisti, ma è anche anticipazione delle scarpe nuove di zecca con cui Ofelia entrerà finalmente nel regno sotterraneo. Sono scarpe rosse, proprio come quelle della Dorothy di Judy Garland e della Viki di Scarpette Rosse, film britannico del 1948.

Guillermo Del Toro, Labirinto del Fauno, cinema, recensione, analisi, film

In poche inquadrature Del Toro ha costruito una vasta correlazione di citazioni e rimandi all’interno e all’esterno del film.
Lo stesso uomo pallido è citazione di qualcos’altro.
Nel momento in cui Ofelia mette piede nel labirinto, quel finale offertoci come immagine d’apertura si complica. Le fate esistono davvero o sono solo frutto della fantasia di una bambina dalla fervida immaginazione con la necessità di evadere dalla difficile realtà? Vengono mescolate le carte in tavola e il film si rifiuta di obbedire al nostro desiderio di una visione dei fatti chiara e inequivocabile.

Questo è il succo della storia raccontata dal Labirinto del Fauno: la disobbedienza. C’è la disobbedienza dei ribelli che vogliono liberare la Spagna dal giogo della dittatura, c’è la disobbedienza di Mercedes, governante nella casa del capitano che aiuta i ribelli a rischio della vita e c’è Ofelia che, obbedendo alla propria coscienza, mette in discussione gli ordini della madre, del patrigno e anche del fauno.
Il verbo disobbedire non ha più un’accezione negativa, ma acquista tutto il valore del rimanere fedeli a se stessi.

You only find yourself when you disobey. Disobedience is the beginning of responsibility, I think. - Guillermo Del Toro

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