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Ho pensato ad almeno sei incipit diversi per questo articolo.
Qual è il problema? Ho visto l’ultimo film di uno dei miei registi preferiti e non mi è piaciuto.

Crimson Peak è il nono lungometraggio di Guillermo Del Toro, un racconto gotico ambientato in una fatiscente villa popolata di fantasmi che prende nome dal terreno rossastro su cui sorge.
Quella casa è tutto ciò che il film ha da offrire, perché, come dice Jackie Lang nella sua recensione, << ma l’hai mai visto un film in cui una casa è talmente impregnata di sangue e violenza da sanguinare per allegoria? >>.

I problemi arrivano con la sceneggiatura: un ricettacolo di banalità da soap opera dal finale scontato e poco riuscito, considerato il risolino sfuggitomi in quello che avrebbe dovuto essere il momento di maggior tensione.
È la storia di Pacific Rim che si ripete, ma Crimson Peak non può nemmeno contare su robottoni e kaijū che se le danno a suon di transatlantici usati come mazze da baseball.

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Edith, la protagonista, è un’aspirante scrittrice, indipendente e progressista. Peccato che poi rimanga in balia degli eventi per tutto il film. Si innamora alla velocità della luce di Thomas Sharp, nobile inglese arrivato in America in cerca di finanziamenti per la sua ultima invenzione, e lo sposa. Trasferitasi con il marito a vivere nell’antica dimora di famiglia, lascia che siano i fantasmi che la popolano a indicarle (letteralmente) quella verità che lo spettatore capisce fin dall’inizio.
Un’eroina dallo spessore morale di uno stoccafisso.

Nemmeno Tom Hiddleston, con un personaggio fatto di sguardi languidi e passività, ne esce granché bene. L’unica che, avendo capito lo spirito del film, sembra divertirsi un mondo è Jessica Chastain, folle e magnifica nei panni di Lucille, vendicativa sorella di Sir Thomas.

Pure i fantasmi sono riusciti. Dare vita alle creature della nostra immaginazione è una cosa che a Del Toro è sempre riuscita egregiamente. Come in tutti i suoi film, anche in Crimson Peak a dar corpo ai fantasmi color cremesi sono attori in carne ed ossa, coperti a regola d’arte di protesi e trucco.
Tra di loro c’è Doug Jones, immancabile collaboratore di Del Toro dai tempi del Labirinto del fauno.

Bene, dunque, il design dei fantasmi. Peccato che siano sfruttati pochissimo e quasi mai come motori determinanti dell’azione. Per come la vedo io, si limitano a indicare a Edith una verità che è già sotto i suoi occhi.
In fondo, anche il fantasma bambino di La spina del diavolo altro non era se non una guida per il protagonista. In più, Del Toro attinge proprio da quel suo vecchio film l’idea del sangue che fluttua intorno alle ferite mortali del fantasma: ne La spina del diavolo era il bambino morto annegato, in Crimson Peak la donna assassinata nella vasca da bagno.
Eppure il primo film gioca magistralmente sull’ambiguità del fantasma, mentre nel secondo il dilemma sulla bontà o malvagità degli spiriti dei morti che si palesano ai vivi è risolto in un modo così sbrigativo da togliere a queste creature ogni ragion d’essere.

Il punto è che Crimson Peak è come una scatola di cioccolatini della migliore qualità che poi, una volta aperta, scopri essere vuota. Però devo ammetterlo, scatole così sontuose sono una vera gioia per gli occhi.

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